Esattamente un anno fa l’Italia chiudeva le sue porte. Chiudeva le porte di negozi, cinema, teatri. Chiudeva le porte di palestre, piscine, parrucchieri e centri estetici. Chiudeva le porte di bar, ristoranti, pub e discoteche e chiudeva le porte di case e palazzi. Una zona rossa che, ci avevano promesso, sarebbe durata “solo qualche settimana”. Le uniche porte rimaste aperte erano quelle di attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità e degli ospedali sempre più al collasso.

In un attimo siamo stati costretti a fare i conti con una realtà del tutto differente da quella vissuta fino a qualche giorno prima. Didattica a distanza, smart working, acquisti online; perfino gli incontri con gli amici si erano trasferiti su piattaforme digitali tra un inno nazionale cantato sul balcone e l’attesa della pubblicazione del bollettino giornaliero da parte della Protezione Civile o di una diretta del Presidente del Consiglio.

Da quel giorno sul viso della gente regnava l’incertezza coperta da una mascherina, diventata oggi uno degli accessori indispensabili per il look di ognuno. E poi l’autocertificazione, un documento con il quale dovevi giustificare ogni tuo spostamento. Un foglio da compilare anche per quell’ora d’aria che riuscivi a concederti tra la fila al supermercato e la passeggiata con il cane. Nel frattempo negli ospedali, medici, infermieri e operatori sanitari continuavano a sentire il solo rumore di barelle trasportate in terapia intensiva mentre, per strada, l’unico rumore che si riusciva a percepire era il silenzio assordante di vie completamente vuote ma piene di paura: paura di quel nemico silenzioso che pian piano stava mettendo in ginocchio il mondo intero e che stava richiudendo nei cassetti anche i tanti sogni di un’ intera generazione costretta a rimanere attaccata a un dispositivo tecnologico per poter studiare, lavorare o semplicemente comunicare.

Poi le temperature hanno iniziato a rialzarsi e le porte hanno cominciato a riaprirsi. Attività commerciali e non, hanno dovuto fare i conti con tutte le misure di prevenzione e i protocolli da dover adottare per poter finalmente ricominciare a lavorare. Sembrava che qualcosa stesse cambiando. Eravamo tornati nei locali, pronti a respirare quella libertà che fino ad allora ci era stata negata. Dei plexiglass in spiaggia, di cui tanto si era parlato nei mesi precedenti, nemmeno l’ombra ( e meno male) e anzi, qualche volta, riuscivi anche a sentire qualcuno che parlava in una lingua straniera, simbolo di una ripresa del turismo, anche se limitata, ma che lanciava quel segnale di speranza che bastava a rendere la situazione “più leggera”.

Qualche aperitivo in spiaggia, qualche serata tra un ristorante e un pub sul mare e poi, l’incubo torna come una doccia fredda ad abbattersi sull’Italia intera. Ricordo bene quei momenti. Ero spaventata, ancor più dell’inizio. Stavamo vivendo gli stessi momenti ancora una volta. Poi un messaggio e il mondo mi è crollato addosso. A volte si pensa a questo virus come qualcosa che non potrebbe mai sconfiggerci, fin quando non ti tocca da vicino. Fin quando non porta via con sè una delle persone a te più care. E ti sembra di non avere vie d’uscita.

Poi l’Italia divisa per colori, poi Ordinanze regionali e poi il Natale e il Capodanno nuovamente in lockdown totale e adesso la campagna vaccinale, che procede, a suo modo, ma procede.

Sono passati esattamente 365 giorni e ciò che più pesa è il vuoto di una generazione costretta a farsi da parte. Parlo della mia generazione. Di tutti quei ragazzi che in questi anni si erano rimboccati le maniche per costruirsi un futuro. Di tutti quei ragazzi che oggi vengono visti come untori, come il capro espiatorio di un delitto che non hanno commesso. Ci è stata tolta la cultura, la musica, il cinema. La parola “assembramento” è stata vietata e con lei tutte quelle forme di socialità a cui eravamo legati. Ci è stata tolta la passeggiata serale tra i bar il venerdì sera, dove tra una chiacchiera e una risata si decideva dove poter prendere un cocktail. Ci è stato tolto tanto, eppure ancora oggi “è necessario limitare il più possibile la movida”. Ognuno di noi in questo momento è carnefice di se stesso. Siamo tutti colpevoli di una pandemia che ha preso il controllo del nostro modo di vivere, di pensare e di agire. O forse no, siamo semplicemente protagonisti di un’epoca storica che sicuramente segnerà la vita di tutti noi. Una cosa è certa, siamo tutti oggi aggrappati alla speranza di un futuro meno incerto, più libero, al pari di quello in cui credevamo prima.

A C. e a tutte quelle anime che il nemico invisibile ha portato via con sè.

Marialessia Sforza