109 in 324 giorni. Una ogni tre giorni. 93 uccise in ambito familiare /affettivo. 63 morte per mano del partner o dell’ex partner. Numeri che spaventano. Numeri che terrorizzano se solo ci si rende conto che parlano delle donne uccise in Italia dal 1 Gennaio 2021 al 21 Novembre 2021, in soli 10 mesi e 24 giorni. (Dal report sugli “Omicidi volontari” curato dal Servizio analisi della Direzione centrale della polizia criminale).

Donne che non sono numeri. Donne che sono nomi ma soprattutto storie, storie che non hanno potuto continuare a scrivere nel libro della loro vita per colpa di chi ha perso il controllo, di chi, accecato dalla gelosia o dalla mania di possesso, ha messo un punto alle loro storie, uccidendole. Non è per il troppo amore, non è per protezione, non è per “esasperazione”. Nel 2021 siamo nel pieno di un’emergenza e no, non parlo della pandemia da Coronavirus.

Il femminicidio e la violenza, qualsiasi tipo di violenza, sulle donne rappresentano ancora un’emergenza sociale in Italia soprattutto se c’è ancora chi ha il coraggio di giustificare il carnefice portandolo dal lato della vittima.

Oggi, 25 Novembre, è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Quante saranno le panchine rosse inaugurate, le scarpe rosse sull’asfalto? Quanti saranno gli incontri, i convegni, le manifestazioni che richiameranno l’importanza e la necessità di denunciare? Tanti, probabilmente troppi. Ma in quanti davvero tenderanno la mano a chi, intrappolato in una gabbia soprattutto psicologica, fatica ad uscirne?  In quanti saranno in grado di riuscire ad andare oltre le semplici parole di conforto, di rimprovero, di compassione? È sempre così facile quando non si vive la situazione da protagonisti.

“La tua gonna è troppo corta”. “Sei troppo truccata”. “L’uomo non si controlla”. “Non puoi farlo da sola”. “Non bere troppo”. “Non uscire da sola”. “Sii una signora”. Potrei elencare migliaia di queste frasi che scandiscono tutti i momenti della vita di ogni donna. La cosa che più mette i brividi è che molto spesso, fin troppo spesso, sono frasi dette da donne ad altre donne e che assolvono questi orchi e i loro comportamenti violenti nei confronti delle loro vittime che la maggior parte delle volte finiscono per sentirsi in colpa di essere nate Donne.

Se è vero che il 2021 è l’anno dei bilanci, sicuramente potremmo dire che il Codice Rosso, legge istituita nel 2019  che tramite interventi sul codice penale e sul codice di procedura penale rafforza la tutela delle vittime dei reati come lo stalking e la violenza domestica, stia intervenendo in maniera più incisiva accendendo i riflettori su una piaga sociale presente in maniera massiccia nel nostro Paese. Sta di fatto che ad oggi la vera questione è da ricercare alla radice del problema; è necessario intervenire in maniera più incisiva a partire dall’educazione scolastica.  Ci sono ancora oggi professori che si permettono di giudicare il modo di vestire delle proprie alunne, ci sono ancora lacune nel sistema che forse, potrebbero essere colmate solo con l’insegnamento ai più piccoli di valori rivolti al rispetto della donna: dalla propria mamma alla propria futura moglie e figlia.

Bisognerebbe insegnare alle adolescenti che non è una colpa innamorarsi, che non è una colpa dimostrare affetto e cercare dall’altra parte lo stesso affetto. Bisognerebbe insegnare a tutte le donne che non è una colpa non avere un compagno, non avere figli.

La donna può scegliere. Può scegliere di indossare un mini dress, può scegliere di uscire da sola, può scegliere di non accontentarsi del primo uomo che le regala un mazzo di fiori. La donna ha il diritto di scegliere che lavoro fare, che università frequentare. La donna può e deve scegliere di conoscere i propri limiti,andando oltre per scoprirli. La donna può scegliere con quanti uomini andare a letto nella propria vita, senza avere il timore di essere giudicata per questo. Ogni donna ha il diritto di vivere la propria esistenza nel rispetto della propria libertà di scelta. Finché tutto questo nella nostra società rimarrà una “cosa anormale”, nessuna panchina rossa o scarpa rossa, nessun discorso di alcun tipo di istituzione, riusciranno a richiamare la necessità di denunciare.

Impariamo ad accettarci. Impariamo ad amarci. Impariamo a denunciare qualsiasi forma di violenza. Impariamo a salvarci da sole. Perché tutto parte sempre da noi. Solo così istituzioni e centri antiviolenza potranno fermare chi si considera padrone e potranno aiutare una donna. Una in meno nella conta delle vittime.

 

Marialessia Sforza