La robusta tata Mamy per stringere i lacci del corsetto doveva addirittura puntare i generosi piedi a terra, strizzando con forza il busto della bella Rossella del colossal VIA COL VENTO.

Il corsetto, fino a 100 anni fa, era l’indumento intimo femmile per eccellenza, rappresentativo della femminilità subordinata, odiato e amato dalle donne costrette a indossarlo. Costruito con stecche di balena, disegnava una sinuosa (e inverosimile) linea a “S” mettendo in evidenza busto, spalle e fianchi, conferendo un vitino da vespa.

Chi liberò l’universo femminile dal mal di stomaco ricorrente e dalla lenta asfissa? Chi combattè per primo l’uso del maledetto accessorio cercando di rendere moderno, comodo e salutare lo stile della donna?

Artefice di questa rivoluzione fu il maestro Paul Poiret (Parigi, 1879- 1944), un innovatore nello stile e nelle forme, un Copernico dell’abbigliamento femminile che nel 1906 rovesciò la tradizione proponendo creazioni dalle linee fluide, non più abiti dalle forme rigide. Ai primi passi d’avanguardia del maestro Poiret seguirono altri stilisti- artisti, coraggiosi e innovatori, come Mariano Fortuny (Granada, 1871-1949) padre dell’abito plissé delphos, liberamente ispirato al peplo greco.

Un abito dalla linea elegante e morbida che abbandonava dolcemente sul corpo una cascata di mille sottilissime pieghettine, accarezzando le sinuosità naturali della donna. Tra i precursori della rivoluzione della moda del XX secolo non si può non citare Madeleine Vionnet (Chilleurs-aux-Bois, 1876-I975). Madame Vionnet, première presso la sartoria delle sorelle Callot, dei paludamenti dei corsetti ottocenteschi e delle stecche di balena non voleva proprio sentirne parlare. La sua Maison d’alta moda aperta nel 1912 vestiva la nobiltà e l’alta borghesia europea, nonché le donne dei latifondisti sudamericani, con abiti dall’innovativo taglio di sbieco.

Linee a sottoveste, colli a cappuccio, tessuti leggeri drappeggiati e ruche dal taglio circolare erano come un marchio di fabbrica che resero Vionnet una delle più importanti firme francesi.

Una vera e propria ricercatrice della forma che lasciò il segno influenzando profondamente gli stilisti del ‘900. Senza di lei certi abiti a sirena della Hollywood anni 40 non sarebbero mai stati confezionati. Senza di lei i noti Dolce&Gabbana, Blumarine o cavalli avrebbero modellato a fatica. Se la Vionnet venne considerata quasi un architetto della moda, la stilista per eccellenza del primo ‘900 è senza ombra di dubbio Gabrielle Chanel (Saumur, 1883-I1971) Coco, la ribelle,  fu una donna d’ingegno scalpitante e impertinente, non fu solo una designer, ma una vera e propria icona di stile. Una modernista che seppe interpretare con le sue creazioni le necessità di un mondo in rapido e continuo mutamento, e le esigenze di una nuova donna, non più relegata a custode del focolare ma protagonista della storia cominciando a godere di un’indipendenza fino ad allora sconosciuta.

Praticità, dinamismo, funzionalità, ma anche seduzione ed eleganza: questi i cardini della nuova donna, queste le caratteristiche delle creazioni della Maison Chanel. La consapevolezza del proprio corpo, la comodità e la mascolinità opportunamente mescolate alla femminilità, sono i principi cui attinse per sedurre le donne (e gli uomini) con le sue creazioni.

Fu la prima a indossare i pantaloni, a fare del blazer, del cardigan e della camicia bianca dei must nel guardaroba femminile.

Una donna dalle folgoranti intuizioni: le scarpe bicolore che slanciano la figura, quelle che, “ça va sans dire”, sono riconosciute ormai con il termine tecnico Chanel, l’utilizzo del jersey non più solo per i capi intimi ma anche per i capi esterni, la lavorazione della maglia per tailleur e capispalla, i grandi cappelli per proteggere la pelle del viso nelle giornate dedicate allo sport le camelie tra i capelli o appuntate su un semplice tubino nero (finalmente approdato nel guardaroba femminile!) Un personaggio di carattere che nel suo stile ha profondamente segnato la storia del costume, sdoganando e rendendo chic i concetti di abbigliamento “povero” e di “paccottiglia”. Fu lei che disse: “La moda passa, lo stile resta Merci Coco.