In questi giorni, più di altri, con l’uscita del film “House of Gucci“, il brand punta di diamante del Made in Italy è tornato a far parlare di sé. Ma tutti conoscono la vera storia di uno dei marchi più famosi al mondo? Il brand di fama mondiale affonda le sue radici in un lontano passato, già quando sul mercato esisteva come marchio specializzato principalmente in pelletteria e selleria.
Ma andiamo con ordine.

Gucci: da laboratorio di pelletteria a punta di diamante del Made in Italy

 

Il primo laboratorio per la produzione di articoli di pelletteria, guanti e valigeria fu fondato da Guccio Gucci nel 1921 a Firenze, in via della Vigna Nuova: Azienda Individuale Guccio Gucci.
Qualche anno più tardi venne inaugurato un nuovo punto vendita a Roma.  Durante il periodo autarchico e mentre la nazione era in piena crisi dovuta al conflitto mondiale, molti sono gli stilisti che si sono dovuti arrangiare e reinventare utilizzando materiali inconsueti ed innovativi per le loro creazioni. È in questo periodo che Gucci sperimenta e si contraddistingue utilizzando materiali come canapa, iuta e bambù, mai utilizzati prima nel mondo degli accessori.
Dopo la seconda guerra mondiale, a partire dagli anni ’50, il marchio fiorentino aprì punti vendita in America, in Oriente, conquistando così il mercato americano e asiatico. Ma la vera e propria rivoluzione avvenne a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 quando il marchio ormai affermato, inizia ad affacciarsi al mondo dell’abbigliamento. Tra i primi stilisti che hanno collaborato con la griffe, ricordiamo Alberto Fabiani, noto sarto e stilista romano.
Nel 1982 Gucci si trasformò in spa e dopo anni fatti di successi, insuccessi e momenti di crisi negli anni ’90 si riuscì a rilanciare il marchio.

Gucci: il successo del marchio oltre i confini

Gli anni ’90 furono degli anni cruciali, non solo per la casa di moda fiorentina ma per tutto il mondo patinato. Ed è in questi anni che il marchio venne rilanciato, splendendo di una nuova luce. Questo nuovo successo è stato merito di un duo molto affiatato, formato dall’amministratore delegato Domenico De Sole e dallo stilista texano Tom Ford, che salvarono così Gucci dalla bancarotta. Lo stilista americano stupì la stampa e non solo.  Il suo stile? Un mix di sensualità e forza che sfuma i confini tra il genere maschile e femminile. Sin da subito capì l’importanza delle campagne pubblicitarie che insieme alle sue direttive stilistiche gli permisero di  dar nuova vita e splendore ad una griffe ormai sull’orlo del baratro. Gucci torna ad essere così un punto di riferimento della moda non solo italiana, grazie a Tom Ford, alla sua immagine e sulla sua visione stilistica. Il 25 febbraio del 2004 lo stilista americano però dice addio al brand, lasciando vuoto il posto di direttore creativo.
Sarà Frida Giannini nel marzo del 2005 a sostituire Tom Ford. Con la stilista romana la maison ha un altro cambio di rotta, lasciandosi alle spalle lo stile americano/ hollywoodiano, sofisticato e sexy del direttore creativo precedente e riportando nello stile Gucci sicuramente più colore e più “italianità”. La sua idea di base era quella di creare un legame con il passato e la storia del marchio, reinterpretando pezzi iconici. Dopo diversi anni però, il mondo Gucci aveva bisogno di una scossa, sentiva la necessità di allinearsi con i tempi e la nuova società contemporanea in continuo mutamento. Così alla fine del mese di febbraio del 2015 Frida Giannini, dopo quasi 10 anni di duro lavoro presso la casa di moda Gucci, lascia il posto di direttore creativo.
Posto ancora caldo assunto da Alessandro Michele che inaugura una nuova primavera per lo storico marchio fiorentino. E’ proprio il suo infatti il merito di aver portato oggi  il marchio Gucci  ad assumere un nuovo volto.

Gucci: il brand oltre il lusso con il tornado Alessandro Michele

Se con Tom Ford la Maison Gucci è riuscita a salvarsi dalla bancarotta e con la Giannini ha fatto un tuffo nel passato, riportando in auge pezzi iconici come la Jackie O’ e la stampa Flora, con Alessandro Michele, stilista esoterico e visionario, si ha un’altra immagine della griffe.
Basti pensare che in poco meno di una settimana riuscì a realizzare la sua prima collezione per Gucci. Il 19 gennaio del 2015 con la sua collezione uomo il pubblico rimase sbalordito, senza parole. Il nuovo direttore creativo aveva completamente stravolto il marchio. Una rivoluzione su tutte fu quella di avere una completa assenza di identità di genere nelle sue collezioni, sfilate e campagne pubblicitarie.
Gucci con Alessandro Michele ha sicuramente cambiato rotta, abbandonando un po’ quello stile sofisticato ancorato al jet set internazionale, al mondo adulto ed edulcorato. Oggi scardina i vecchi pilastri abbracciando tematiche diverse, sicuramente vicine ad una società più giovane. Ma come si sa ogni buon direttore artistico, deve studiare l’archivio del marchio per cui sta lavorando, ed è proprio quello che fa il designer romano. Alessandro Michele da sempre attinge al lavoro dei colleghi che l’hanno preceduto: ad esempio tutti gli abbinamenti di colore presenti nelle attuali collezioni Gucci sono una palese reinterpretazione del lavoro magistrale della Giannini e ancora ci sono richiami anche alle collezioni di Tom Ford, come l’iconico tailleur red velvet, ovviamente adattando il tutto ad un’epoca più fluida e contemporanea.
Oggi Gucci con Alessandro Michele viene osannato nel mondo della moda come marchio rivoluzionario eclettico, fa parlare molto di sé proprio come quando alla direzione artistica vi era Tom Ford negli anni ’90, sicuramente però in una chiave più moderna ed adatta alla nostra società. Il quesito però sorge ora spontaneo: Gucci fa parlare di sé creando dei veri e propri casi mediatici perché fa qualcosa di completamente nuovo o perché ha alle spalle delle abilissime mosse di marketing? Senza ombra di dubbio con Alessandro Michele vi è stata l’unione tra marketing e cultura. Lo stilista infatti mette sul piedistallo non solo la cultura in ottica più ampia ma l’arte intesa come mezzo di comunicazione per eccellenza. Gucci abbraccia questo canale comunicativo e accosta all’arte il potere e la velocità del mondo digitale. In un epoca dove tutto passa dai social, anche la punta di diamante del Made in Italy riesce a cavalcare l’onda e a confermare il suo valore culturale alla portata di tutti. Perché il lusso, sul web, diventa per tutti.