Dal punto di vista dell’estetica lineare, gli anni 60 rivisitano la famosa linea “trapezio“ presentata nel 1958 dal giovane Yves Saint Laurent, vestiti a forma di sacco che ignoravano il punto vita e cappotti stretti in alto e svasati verso il basso, spesso lavorati con stoffe delicate, pizzi e sete e realizzati in colori tenui. Investiti a sacco negli anni 60 sembrano abiti per bambini, non hanno quasi nessun dettaglio decorativo o tagli raffinati, ma sono sempre confezionati col rigidi tessuti sintetici dal taglio dritto o leggermente svasato. Ciò che conferisce carattere e stile sono i motivi grafici psichedelici, le fantasie floreali molto colorate e i materiali futuristici come la carta, il cellophane è il metallo. Se di eleganza tradizionale o signorile non si può parlare, questo è proprio lo scopo voluto. I nuovi abiti Devono innanzitutto sembrare giovanili e poco convenzionali, divertenti è irrispettosi. In questi anni di tendenza scanzonate, Valentino Garavani(Voghera, 1931) rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Fin da giovane manifesta di avere una precisa idea di stile ed eleganza. Disegna figurini dal tratto sicuro, gioca con pezze di tessuto, si innamora del rosso fino a farle il mattatore di tutte le sue future collezioni. Nel ’62 la sua collezione sfila per la prima volta a Firenze: la tensione è palpabile visto che solo qualche anno prima, all’apertura del suo atelier, il fallimento era stato totale. Ma que- sta volta è ovazione. Principesse (Farah Diba), attrici (Liz Taylor, Sophia Loren) e First Lady (Jackie Kennedy, Nancy Reagan) lo su- bissano di ordinazioni. Padrone assoluto del mestiere, della tecnica e dell’artigianalità, Valentino è il couturier dei sogni di moda di intere generazioni. E invece un sogno ambientato nello spazio quello messo in scena da Pierre Cardin (Sant’Andrea di Barbarana, 1922) con la colle zione prêt-à-porter del ’67/’68. Abiti da astronauta, pazzie al li- mite del kitsch e invenzioni d’avanguardia – come gli aggressivi gioielli in plastica – si mischiano a capi di un’eleganza sofisticata, pura e geniale. Sempre attento ai cambiamenti della società e alle tendenze della strada, nel ’58 scandalizza il mondo della couture firmando un contratto con la Rinascente e alcuni grandi magazzi- ni tedeschi. “Far parlare vuol dire vendere”, così Cardin anticipa e di molto) la tendenza attuale delle collaborazioni eccellenti tra brand del lusso e mass market. A metà degli anni ’60 Yves Saint Laurent raggiunge l’apice del successo. La collezione ispirata a Mondrian, al minimalismo e alla geometria rigorosa ma colorata delle sue opere, è la sua più fortunata: linee rigorose, abiti diritti in jersey e impermeabili in vinile diventano icone di un’epoca Ma è grazie a Emilio Pucci (Napoli, 1914-1992) che le fantasie si consacrano come segno distintivo dello stile Sixties. Nato a Napoli da padre russo, il marchese Emilio Pucci di Basento, dopo aver studiato scienze sociali in Oregon, si arruola come ufficiale nell’aviazione italiana. Nella moda debutta per caso con picco le collezioni di successo dedicate allo sport e nel ’60 brevetta un originale tessuto elastico, l’emilioform, fatto di jersey e shan tung di seta, comodo e leggero. Le sue celeberrime stampe, sti- lizzate e geometriche, sono incredibili per tinte e abbinamenti, studiate ad hoc per abiti “svelti” in continuo movimento. Lo spazio e un futuro surreale sono le tematiche della moda così intesa dal franco-spagnolo Paco Rabanne (San Sebastián, 1934): ad ago, filo e tessuto vengono sostituiti pinze, chiodi e metallo. E il ’65 e Chanel si scandalizza: “Questo non è un sarto, ma un fabbro!”. Sperimentale e provocatorio, Paco crea abiti d’avanguardia fatti di alluminio, plastica, carta plissettata; veste “barbarelle” metropolitane in pelle fluorescente, jersey e taffetà metallizzato, plexiglas, maglia d’acciaio cromata. Tutto è corto e le modelle (per la prima volta anche di colore!) sembrano valchirie siderali, viaggiatrici provenienti da una dimensio ne parallela. Il passato da ingegnere civile di André Courrèges (Pau, 1923) rende inevitabile il suo approccio planimetrico alla moda: forme corte e geometriche attraversate da tagli e impunture su tessuti spessi e rigidi sempre ispirati allo spazio abbinati a top mini- mali, trasparenti e leggeri. Contrasti anche nei colori, tavolozze bicromatiche di bianco e nero, prese in prestito dall’optical art Mila Schön (Traù, 1919-2008), moglie del ricco commerciante Aurelio Schön, si rivolge ai sarti francesi per ampliare il suo guar daroba. Ma nel ’58, non appena il suo ricco matrimonio (e patrimonio) arriva al capolinea, con piglio imprenditoriale apre un atelier a Milano. Le sue creazioni sono double face: il tessuto, creato dal lanificio Agnona, ha interno ed esterno identici. C’è pulizia di stile ordine, concetto. Forse proprio per questo il marchio Mila Schön è stato il primo brand italiano importato in Giappone. Negli Stati Uniti, Oleg Cassini (Parigi, 1913-2006) diventa nel 61 lo stilista ufficiale del jet set. Americano di origini russe, nasce come costumista a Hollywood: suoi i tubini e le redingote indossate da Audrey Hepburn. Ma soprattutto sua la firma di tutto il guardaroba che la First Lady Jackie Kennedy indossò in occasione della visita in India nel ’62, e che le fece guadagnare la nomea di “Ameriki Rani”, regina d’America Ci sono l’umiltà e l’onore degni di un sovrano nella scelta di Ema- nuel Ungaro (Aix-en-Provence, 1933) di rimanere lungamente al servizio di un solo maestro, Balenciaga, presso il cui atelier fa esperienza accontentandosi anche solo di passare gli spilli e cucire le fodere. Figlio di un sarto pugliese emigrato in Francia, Emanuel decide solo nel ’65 di mettersi in proprio e fondare, con la compagna di allora, il suo laboratorio. Gli abiti leggeri e dinamici, gli abbina menti delle sete rosso fuoco e fucsia lo fanno diventare presto il sarto di riferimento di attrici internazionali come Catherine Deneuve, Anouk Aimée o Lauren Bacall. Per gli accessori di lusso spicca la Casa Fendi che, nata nel 1925 come pelletteria , grazie alla qualità delle sue borse acquista una fama internazionale tra gli anni’50 e’60.  I fondatori lasciano la casa di moda in mano alle nuove generazioni che riescono a coinvolgere nel ’65 talenti come Karl Lagerfeld. Ricerca sui materiali, eccellenza del pellame e delle conce, design classico ma di avanguardia caratterizzano da sempre la produzione Fendi.