Venticinque novembre, siamo già pronte. Non vediamo l’ora di farci turlupinare dalla retorica scadente delle grandi industrie del low-cost, tutte ben intente a farsi un po’ di positive reputation. Previsti sfondi rosa, scarpette rosse, slogan mozzafiato e stories con T-Shirts e pullover easy to put up . Facili da indossare e facili da acquistare. Alla modica cifra di cinque euro e novantanove centesimi puoi indossare anche tu il tuo femminismo glam & chic. Ma «come puoi pensare che una “cosa” che viene seminata, raccolta, setacciata, filata, tagliata, cucita, stampata, etichettata, trasportata… possa costare come un panino?», scrive Li Edelkootrt nel suo manifesto del 2015 “Anti-Fashion”. Com’è possibile pensare che quel “femminismo” low-cost e quelle magliettine super cool, super trendy e così cheap non abbiano un costo altissimo in termini di sostenibilità sociale e ambientale? Sono le lavoratrici nelle filiere tessili a pagarne le conseguenze. Sfruttate, abusate, costrette al silenzio e a lavorare in condizioni precarie:
Le lavoratrici vengono messe a tacere, attraverso violenze o minacce. Nelle fabbriche subiamo molestie sessuali da parte dei superiori e se resistiamo veniamo minacciate o licenziate. Ecco perché solo poche osano parlare delle loro esperienze. (Kalpona Akter, attivista dell’associazione per i diritti sul lavoro)
Quella di Kalpona Akter, attivista dell’associazione per i diritti sul lavoro in Bangladesh, è solo una delle tante testimonianze raccolte negli ultimi anni dalle organizzazioni aderenti alla Clean Clothes Campaign, che, ad oggi, conta più di 243 enti aderenti e tra le tante, l’italiana Abiti Puliti. Appena un anno fa CCC pubblicava sul suo sito, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, un manifesto di aperta denuncia intitolato Wages and Gender-based Violence. Exploring the connections between economic exploitation and violence against women workers:

In tutto il mondo, le donne subiscono violenza sul lavoro, indipendentemente dalla loro origine, reddito e settore in cui lavorano. Tuttavia, la violenza e le molestie di genere sono più comuni in quei settori in cui molte donne lavorano in posizioni mal pagate, dove hanno poca autorità decisionale e quindi si trovano comunemente in rapporti di dipendenza con superiori per lo più maschi. L’industria tessile, per il sistema delle sue filiere, è una di queste industrie che favorisce strutturalmente la violenza e le molestie contro le lavoratrici. La maggior parte della forza lavoro è femminile e comprende molte giovani donne e lavoratori migranti. Inoltre, i salari sono estremamente bassi, la pressione produttiva è alta e le lavoratrici spesso non hanno hobby, né come lavoratrici né come donne. Pochissime lavoratrici sono sindacalizzate e la maggior parte dei sindacati esistenti è guidata da uomini, lasciando le lavoratrici sottorappresentate anche in quelle organizzazioni che dovrebbero rappresentare i loro interessi. 

 

 

Abusi, povertà, ricatto e sofferenza sulla pelle delle donne, questo è il “True Cost”  di un capo fast and competitive, acquistato al costo di un Mc-Menù . A noi la possibilità di scegliere tra settantasette shades dai vivaci color pastello, alle donne in Cambogia o nel Bangladesh, tra la prostituzione o quella novella forma di schiavitù che è l’industria del tessile.

«Mi hanno convinta che le NGOs avrebbe cambiato la mia vita. Questo posto era come una prigione, hanno chiuso la porta e non mi hanno fatto più uscire», sono le parole che si odono nel documentario From Sex Worker to Seamstress: The High Cost of Cheap Clothes, prodotto nel 2014 da Vice Magazine. Nel documentario le donne sono riprese mentre protestano per una paga migliore, un aumento di appena quattro dollari. Varrebbe a dire, un solo centesimo in più per tutti noi consumatori, magari su quei novantanove centesimi, che, per strategia di marketing, ci vengono continuamente suggeriti nei negozi e nei supermercati.