Colori sgargianti, fiori sproporzionati, disegni geometrici un trionfo di tinte e fantasie per dare vita a una nuova giovane generazione. Legato al Flower Power, ai motti pacifisti del “Make Love, Don’t Do War” e alla Beat Generation, lo stile degli anni ’70 rivoluziona l’identità della donna: engagée, rocker, libera da ogni stereotipo classico femminile. La vita si abbassa, i vestiti abbandonano le geometrie anni ’60 e si ammorbidiscono, il tacco si allarga fino a diventare una zeppa. I tessuti da una parte seguono la filosofia Flower Power privilegiando cotone grezzo, canapa, pizzo sangallo e maglieria, dall’altra abbracciano il mondo dei punk con cuoio, gomma e anche catene. Proprio Vivienne Westwood (Tintwistle, 1941), famosa stilista inglese, si fa portavoce e madre della rivoluzione punk. Insieme al musicista Malcom McLaren fonda Let it Rock, al 430 della mitica King’s Road di Londra, boutique dove presenta la sua prima collezione dedicata ai rocker. E stata l’artefice del successo mediatico e dello stile trasgressivo dei Sex Pistols,gruppo simbolo del punk inglese. Vivienne Westwood crea vestiti di cuoio, maglie interamente realizzate in gomma, utilizza catene sia sulle giacche di pelle -il ‘chiodo ” -siasulle T-shirt con stampe artistiche o con frasi anarchiche come la famosa DIY (Do It Yourself), motto punk per eccellenza. Le atmosfere glamour, le notti folli allo Studio 54 e l’effervescenza artistica della Factory di Andy Warhol sono invece gli spunti creativi di Halston Frowick Roy (Des Moines, 1932-1990). Stilista newyorchese e costumista teatrale per Martha Graham, negli anni ’70 diventa leggenda perché semplifica gli abiti in forme tubolari o a T: utilizzando lo chiffon colorato e il jersey a pannello rende la silhouette sexy, longilinea ed elegante. Le sue seguaci – dette “halstonette” vestono caftani, pantaloni fluidi a zampa d’elefante, abiti da sera con profonde scollature, cappe a sacchetto e capispalla in camoscio mano-seta Accenti più moderati per il grande sogno americano di Ralph Lauren (New York, 1939). Stilista e manager, alla fine degli anni’7o regala un sogno a se stesso e agli americani creando uno stile coloniale e sportivo: un vero e proprio classico mod- erno. Attenzione ai materiali, vellutie cargo con i quali realizza collezioni basic per il tradizionale pubblico statunitense dei country club. Famosa e ancor oggi diffusissima la T-shirt in piqué logata con il giocatore di Polo, da cui prenderà il nome. Ricerca sui materiali anche per Mme Sonia Rykiel (Parigi, 1930) famo- sa per la maglieria a righe in ciniglia color fucsia e aubergine. Trasforma il tricot in elemento moda, determinandone uno stile tutto particolare e conferendo alla maglia quell’appeal che è proprio solo dello chiffon. L’approfondimento della progettazione stilistica del tricot la porta a specializzarsi sull’underwear, capo principale delle sue boutique. C’e della poesia nella lingerie creata da Chantal Thomass (Parigi, 1947), regina del genere: sensualità sussurrata nelle trasparenze dello chiffon, femminilità giocosa e succulenta nelle guépière e nelle giarrettiere in raso, reggiseni carioca e sofisticata malizia nei collant di pizzo e seta. Come stilista debutta negli anni ‘6o, quando trasforma i foulard dipinti a mano dal marito in abitini e vestagliette. Il suo tocco bohémien crea una tendenza che contagia personaggi del calibro di Brigitte Bardot La stilista-imprenditrice belga Diane von Fürstenberg è l’artefice invece del famoso abito in jersey stampato e avvolgente come un foulard, definito wrap dress. Uno stile immediatamente popolare che la fa entrare nel firmamento della moda internazionale, esponendo alcuni capi al MoMA di New York. Ricerca sui tessuti ed esplorazione delle potenzialità della maglieria per l italiano Ottaviano Missoni (Ragusa,in Dalmazia, 1921) che fa di questo la materia principe delle sue collezioni, così stravaganti e lavorate da tar esclamare ai critici estasiati dopo le sue sfilate: “Missoni eleva la maglia una forma d’arte. I suoi capi sono pezzi da museo, ma voi indossateli pure” Walter Albini (Busto Arsizio, 1941-1983) raffinato e rigoroso, geniale e carismatico, è stato il primo a dar vita al lusso accessibile, a creare la moda italiana prêt-à-porter uscendo dall’atelier e portando la produzione in fabbrica. Capi di gran classe non più prodotti in quantità limitate e finalmente alla portata di più persone. Rivoluzionario e antesignano, è stato anche il primo ad alzare il volume della musica durante le sfilate per mettere a tacere il fastidioso chiacchiericcio di sottofondo. Commerciante più che stilista, sociologo più che creativo, osservatore più che precursore: questo è Elio Fiorucci (Milano, 1935), che negli anni a ridosso del ’68 intuisce i nuovi bisogni, i cambiamenti nel gusto, le spinte dal basso della moda pagana provocatoria vista sulla scena londinese, in forte contrasto con quella confezionata e borghese. Milanese, figlio di bottegai, dai viaggi in giro per il mondo con il suo team di lavoro (giovani talenti, cavalli di razza senza briglie) torna sempre con nuove proposte, tendenze, materiali e accostamenti dallo stile anarchico. Le sue sono intuizioni “incasinate” per una cultura senza tabù: minigonne in tulle dai colori televisivi, jeans modella- natiche, T-shirt stampate con angioletti, monokini con bretelle, e ancora gonnellone di merletto, galoche di plastica, assemblaggi di astrakan su giacche militaresche, iconografie irriverenti di donne ispirate agli anni ’50,alla Pop art e al burlesque. I Fioruccismo è da allora una vera e propria ideologia.