Ho tanta voglia di… 8o! Diciamolo subito: la moda Eighties non donava alla stragrande maggioranza delle donne, ma questo decennio aveva un fascino kitsch indiscusso fatto di pantcollant – oggi saggiamente definiti leggings – e jeans seconda pelle a vita alta e stretti alla caviglia astenersi lato B al di sopra della 36- ma sempre con risvolto, per dare importanza al mitico calzino bianco, a volte in spugna! Una carrellata di feticci modaioli per esaltare un corpo scolpito da ore di aerobica: spalline imbottite, micro blouson con maniche a pipistrello, tailleur-armatura per donne in carriera (da ufficiale?!), trucco fluo e colori dirompenti, chiome leonine cotonate, fiocchi, pizzi, vinile, catene e. chi più ne ha, più ne metta..  Tempo d’imperi e di sovrani gli anni ’80: è infatti in questa decade che si afferma il regno indiscusso di “King Giorgio”. Giorgio Armani (Piacenza, 1934), inizialmente molto amato dagli american gigolo d’oltreoceano (dopo aver vestito un incredibile Richard Gere nell’omonimo film che ha segnato un’epoca, è ancora oggi il sinonimo globalmente riconosciuto del Made in Italy, di un total look e di un lifestyle dinamico e urbano, fatto di una razionalità rivoluzionaria.  Armani è tutt’uno con il successo della famosa giac- ca che libera l’uomo dalla corazza borghese e dà sicurezza alla donna con la sua apparenza mascolina. Sceglie stoffe leggere, colori freddi, non usa fodere, sposta i bottoni, assottiglia e arrotonda le spalle: le sue sono intuizioni che fanno storia, come quella di vedere nei giovani un nuovo mercato inesplorato. A loro dedica, con una scelta strategica e originale, le seconde linee Emporio e Jeans, alla portata di tutti ma dal fascino indiscusso Insieme a Giorgio Armani è Mariuccia Mandelli, in arte Krizia (Ber- gamo, 1935), a rappresentare il valore dello stile italiano all’estero. Nata a Bergamo, ex-insegnante, si lancia nella moda sperimentando su capi dal taglio quasi francescano tutta la sua verve creativa e in novatrice. Mescola materiali, forme e lavorazioni: la maglia ha pun- ti tricot insoliti e si combina alla seta, lo chiffon si doppia alle pelli esotiche (anguilla o anaconda) sugli abit plisé evocando libellule draghi, chiocciole e farfalle metallizzate argento, oro, bronzo. È nel brand Krizia Maglia che nasce il bestiario portafortuna della stilista: gatti, orsi, volpi, bestie feroci ma eleganti come la pantera -suo sim il ghepardo o la tigre. In America la chiamano “Crazy Krizia eppure nel ’99 la New York University le dedica una mostra retrospet- tiva per i suoi 40 anni di attività Dante Trussardi fonda nel 1910 la sua guanteria a Bergamo. Ses sant’anni dopo, il nipote Nicola Trussardi (Bergamo, 1942-1999) prende le redini dell’azienda e cerca di dare nuova vita al mondo del guanto in declino. Studia i pellami più morbidi e crea a una li nea di accessori funzionali riconoscibili dal marchio del levriero, simbolo di modernità e dinamicità. Dagli accessori all’abbigliamento stile british il passo è breve per quest’azienda familiare Il percorso di Alberta Ferretti (Cattolica, 1950) parte nell’ambito del retail verso i 18 anni, quando apre una prima boutique multi- brand a Cattolica, in Romagna, terra d’origine. Tra i marchi venduti Armani, Kenzo, Missoni. Tuttavia, grazie a uno spiccato senso este tico per i tessuti di pregio, i cromatismi delicati e le lavorazioni accurate che fin da bambina ha affinato guardando la mamma in sartoria, decide nel’74 di disegnare la sua prima collezione. L’anno dopo sfila a Milano e fonda l’azienda Aeffesfilando, intrattenendo accordi produttivi con altre importanti griffe come Moschino, Rifat Ozbek, Gaultier e più di recente Narciso Rodriguez e Pollini. “Non c’è creatività senza caos.” Questa la filosofia di Franco Mo- schino (Abbiategrasso, 1950-1994), il fil rouge di una moda ico- noclasta, sovversiva e paradossale che sopravvive ancora oggi no nostante la prematura morte dello stilista. Se non fosse stato per Gianni Versace, Moschino avrebbe proseguito la carriera artistica avviata con gli studi accademici svolti a Brera; disegna le prime collezioni di Jenny, nel ’77 diventa designer per Cadette – storico brand italiano – e nell’83 fonda la sua Maison. I suoi vestiti sono ibridi carichi di humour che dichiarano con voluta ingenuità i pa- rossismi e le esagerazioni del fashion system anni 8o: gonne fatte di cravatte, scritte irriverenti e giochi di trompe-l’oeil su maglie e T-shirt, perfetti tailleur Chanel rivisitati con eliche al posto dei bot- toni. Uno stile irrefrenabile basato su forme classiche ben studiate e tagli sartoriali definiti che gli regalano il successo La donna immaginata da Anna Molinari (Carpi, 1958) per la linea Blumarine è una fanciulla in fiore ad alto tasso erotico: avvolta da evanescenti abitini sottoveste di chiffon di seta pastello o da micro cardigan in maglia tinta ice cream con collo in visone, è capace di stimolare fantasie eccitanti e proibite. La signora Molinari è di Carpi, regno della maglieria: figlia di industriali tessili, il passo verso il prêt-à-porter è breve. Così il logo Blumarine ricamato in strass sulla mitica T-shirt blu in jersey a manica corta diventa un capo icona dall’appeal quasi rock Quando una testata come il NEw YORK TIMES la defini “Regina del cashmere”, per Laura Biagiotti (Roma, 1943) fu la consacrazione di una carriera dedicata alla ricerca e alla lavorazione delle materie più nobili: lino, seta, lana vergine, taffetà e, appunto, cashmere. La donna Biagiotti è sempre romantica e femminile, un cigno bianco avvolto morbidamente su se stesso. Figlia d’arte, assorbe dalla madre proprietaria di un noto atelier romano negli anni ’60-il gusto e l’eleganza della couture francese; nel ’72 acquisisce il maglificio Mc Pherson e da li comincia a sperimentare le potenzialità di un tessuto fino ad allora utilizzato solo per capi classici e maschili. A renderla riconoscibile a livello internazionale furono le sue creazioni bianche in estremo contrasto con le “rosse” passerelle della Cina dell’88 e del Cremlino. Sono corpi scolpiti, o meglio, corpi scultura quelli che veste Azze dine Alaïa (Tunisi, 1940), stilista franco-tunisino approdato a Parigi nel ’57. Un artigiano della moda che declina la sua passione per le Beaux Arts in abiti tridimensionali: dai materiali alle lavorazioni e alle forme, ogni suo capo tende a esaltare le linee seducenti della schiena e del fondoschiena, baricentri della seduzione femminile Utilizza materiali malleabili ma fascianti come la lycra, la maglia e il cotone stretch; le giacche, i tubini e le gonne sono sportiva; a tutto questo abbina cinture bustier e guanti in cuoio borchiato per conferire a ogni mise un sex appeal indiscutibile Le forme iper femminili di Alaia ispirano il lavoro di Hervé Léger (Bapaume, 1957), stilista francese che approda alla moda dal mondo della conceria. Affianca Lagerfeld da Fendi e da Chanel, ma la sua ricerca personale è tutta tesa alla costruzione di capi ispirati all’underwear: abiti resi aderenti e seduttivi grazie all’uso di tecniche e materiali derivati dal mondo dell’intimo: reti e tulle stretch per fodere e corpetti, strisce elastiche fatte di maglia per fasciare il corpo. La donna di Léger sembra un prototipo da laboratorio anatomico, cosi sexy, così impeccabile. Proporzioni perfette e struttura “body conscious” per gli abiti immaginifici e teatrali di Thierry Mugler (Strasburgo, 1948). Nonostante certe volute esagerazioni, le sue silhouette rispondono sempre alla formula spalle larghe-vita stretta-fianco segnato. Poco importa se le fonti d’ispirazione sono il mondo circense, le carrozzerie cromate delle automobili americane degli anni ‘7o o la Hollywood mirabolante di Edith Head tanta la maestria che riesce a diventare persino il sarto ufficiale di una Première Dame conservatrice come Danielle Mitterrand. Le linee femminili di Claude Montana (Parigi, 1949) sono energiche, scultoree, a tratti aggressive. Stilista francese di composite origini ispanico-germaniche che riflettono sulle sue creazioni un carattere asciutto, spigoloso ma sofisticato a tal punto da vedersi insignito dall’Oscar della moda nel 1986. Montana lavora sulla sil houette partendo dalle spalle -sempre esagerate – modulandole in abiti che sono corazze di leggerissima pelle e maglia, in mantelli a spirale e colli a sciarpa. Benché la sua prima sfilata avesse fatto storcere qualche naso (il mondo non era ancora pronto agli shorts e ai gilet in pelle nera tempestati di catene di metallo) i look proposti diventano vere e proprie divise (da ausiliaria tedescal) per le ragazze dell’epoca. Il folklore allegro e opulento della cultura mediterranea, la sensualità dei costumi della Provenza, la teatralità “gitana” e la musicalità delle popolazioni del sud della Francia sono gli ingredienti delle creazioni di Christian Lacroix (Arles, 1951). La sua è una moda controcorrente, fuori dagli schemi, ma proprio per questo eccezionale. Nato ad Arles, incomincia la sua carriera da stilista assistendo Guy Paulin da Hermés nel suo atelier parigino. Nel 1981 si trasferisce presso la Maison Patou, elaborando nuovi codici stilistici per la Haute Couture. La sua prima collezione di prêt-à-porter sfila pochi anni dopo e ne conseguono diverse linee: Luxe, Couture, Bazar, Jeans. Oggi la Maison ha chiuso i battenti, ma Lacroix rimarrà sempre il marchio più picaresco nel panorama della moda. Dalle sfilate di Calvin Klein (New York, 1942) la moda spettacolo è bandita: i suoi vestiti puntano sulla praticità, sull’eleganza fatta di armonie tra i colori sfumati, tagli spogli ma dolcemente impeccabili e accostamenti di tessuti preziosi come il crépe de Chine, sete e velluti. Una sofisticazione che però non esclude il forte sapore erotico delle sue celeberri- me campagne per la linea Jeans K e l’underwear: prima una giovanissima Brooke Shields e successivamente un’altrettanto giovane e sensuale Kate Moss furono le protagoniste di foto che hanno fatto storia e scandalo nella “always politically correct America. Non si può dire America senza dire Donna Karan (New York, 1948). Alla base del suo stile il nero, un colore come una tela che si presta a essere dipinta; il body, un indumento rubato alla lingerie, ma che propo- sto in tessuti stretch e fascianti, diviene il capo più versatile del guardaroba anni ’80. Le linee che disegna Donna Karan sono avvolgenti e drappeggiate per accentua- re le forme e nascondere i piccoli difetti; i tessuti che predilige sono il jersey e il cashmere setoso per stimolare i sensi. La stilista disegna abiti per una donna dina- mica, essenziale ma raffinata. Una vera American Power Girl.

C’è un protagonista purosangue italiano che chiude gli anni ’80 e attraversa gli anni ’90: è lo stilista Gianni Versace (Reggio Calabria, 1946-1997). La sua direzione stilistica è volta a coniugare la moda sportiva a quella elegante, la maschile alla femminile, puntando sulla fisicità “neoclassica” dei corpi per delineare uno stile audace da esportare nel mondo. Geniale nel disegno delle linee, sempre attento ai suggerimenti provenienti dalla moda giovanile e dall’arte, esalta la bellezza e la sensualità delle donne anche utilizzando e accostando tessuti e materiali jersey, glitter, paillettes, tessuti fascianti, sete, drappeggi, pelle cotte metalliche e gomma. Abiti scollati dai ricchi panneggi che segnano i corpi delle sue supermodelle in passerella bellezze mitologiche, dee ieratiche dallo sguardo affilato e disarmante di tante “Meduse”