Yves Henri Donat  Mathieu Saint-Laurent, l’ultimo couturier della storia della moda, chi ha conferito attraverso uno smoking il potere alle donne, nasce a Orano il 1° agosto 1936.

La sua vita, trascorsa tra stoffe, un amore folle verso Pierre Bergé e i problemi di abuso di alcol e sostanze stupefacenti, è rappresentata nel 2014 attraverso due differenti biopic dai registi Jalil Lespert e Bertrand Bonello che ritraggono la grande personalità dell’artista che rivoluzionò la moda francese. 

Dai due lungometraggi però emergono due differenti profili dell’artista. 

Il film di Jalil Lespert, l’unico approvato da Pierre Bergé, approfondisce l’evoluzione stilistica di YSL: partendo dall’assunzione al ruolo di direttore artistico della maison Dior, soffermandomi sulla fondazione della Casa di Moda YSL, fino alla sua ultima collezione del 2002 per celebrare i suoi quarant’anni di attività.

La pellicola di Bertrand Bonello, invece, presentata al Festival di Cannes nel maggio del 2014 e non approvata dallo storico compagno e socio dallo stilista, è incentrata su un viaggio al termine della notte in compagnia di Saint Laurent e dei suoi lati oscuri.

In questo editoriale si ritrarrà un’artista ancor prima che un couturier, il suo genio e il rapporto con la società dell’epoca, la sua omosessualità, centrale per comprenderne appieno la figura ma anche la sua idea di bellezza, influenzato dalla grande passione per l’arte, per il cinema, per la musica che faceva da sottofondo alle sue creazioni.

L’IMPERO DELLA MODA: YSL RACCONTATO DA JALIL LESPERT

                                                                    

                                                                   Tu ci metti il talento, al resto ci penso io

                                                          Guillame Galienne in Yves Saint Laurent (2014, Jalil Lespert)

  

IL FILM

Parigi, 1957. A soli ventuno anni, Yves Saint Laurent, interpretato da Pierre Niney, è chiamato a dirigere la grande Casa di Moda fondata da Christian Dior, da poco scomparso. Da quel momento tutti gli occhi e riflettori sono puntati su di lui: il mondo della moda è impaziente di scoprire il talento del giovane e promettente stilista.

Durante la presentazione della sua prima collezione Yves conosce Pierre Bergé, impersonato dal grande Guillaume Gallienne, che da quel momento diventerà suo compagno di vita e di affari.

A tre anni da quel magico incontro i due fondano insieme l’Yves Saint Laurent Company, destinata a divenire uno dei marchi di moda più famoso al mondo.

Il film – che come già citato è l’unico approvato da Pierre Bergé – racconta come Yves Saint Laurent, nonostante le incertezze e le paure, sia riuscito a trasformare e  ad innovare radicalmente il mondo della moda, diventando lui stesso un’icona del XX secolo.

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IL CAST

Fondamentale nella costruzione del film e nel coinvolgimento del pubblico con la storia raccontata, è la scelta del cast.

Jalil Lespert, attore e regista francese, sceglie per il suo quarto film attori della Commedie Française che non solo esteticamente ma anche nella recitazione più si avvicinano alla realtà.

A incarnare il celebre stilista Yves Saint Laurent è stato scelto il giovane talento francese Pierre Niney. L’attore per recitare il ruolo del genio creativo ha dovuto sottoporsi ad un’intensa preparazione di circa cinque mesi per conoscere il personaggio, il suo mondo e assorbirne il suo carattere, così da poter interpretarlo liberamente sul set. La preparazione di Niney è consistita anche in lezioni di disegno, poiché nel film era necessario disegnare davvero;  è stato seguito da un personal trainer per modificare, appropriatamente al ruolo, il suo corpo e,infine, ha dovuto confrontarsi anche con uno stilista per conoscere a fondo il mondo della moda, per far proprio il vocabolario del fashion system, per poter imparare persino il modo con cui toccare le stoffe e muoversi attorno ai modelli.

La realtà visionaria dei modelli dell’erede di Dior ha affascinato il giovane attore francese che definisce lo stile di YSL “un mix tra semplicità ed eleganza classica e allo stesso tempo modernità e provocazioni”.

Nel film interpreta un Yves innamorato delle donne e dei suoi modelli ispirati da muse del calibro di Betty Catroux e Loulou de la Falaise. Un Yves dalla timidezza e dalla fragilità disarmante ma che nasconde una forza interiore in sé che riesce a sprigionare nelle sue creazioni. Infatti nel film vi è una frase di Yves che afferma: <<Beware of shy people, they rule the world>>, proprio perché, sostiene l’attore, la timidezza, quando si ha il fascino e il carisma, può essere utilizzata come un’arma. Ed è proprio ciò che Saint Laurent ha fatto.

Nei panni del suo fedele collega e compagno, Pierre Bergé, troviamo invece il già conosciuto volto di Guillaume Gallienne.

Il protagonista del film è certamente Yves Saint Laurent ma lo stesso attore rivela di quanto sia rimasto colpito dell’importanza che il personaggio di Bergé ha avuto nella sua carriera. “Un uomo che mai avrebbe camminato davanti ad Yves”, così come racconta a Galienne una sarta dell’atelier. Un uomo nell’ombra che riuscì a far emergere il genio e la creatività dello stilista grazie al suo amore. L’attore nell’interpretare il ruolo fa rivivere perfettamente agli spettatori questa passione. Infatti quest’ultimo sin da subito è rimasto colpito e affascinato dal personaggio che avrebbe dovuto interpretare, tant’è che per potersi immergere completamente nel ruolo, ha rilevato le lettere che Bergé inviò a Yves.

Le bellissime Charlotte Le Bon, Laura Smet e Marie de Villepin interpretano invece rispettivamente Victoire Doutreleau, Loulou de la Falaise e Betty Catroux, muse ispiratrici del celebre Yves Saint Laurent.

Particolarmente rilevante è il personaggio che Charlotte Le Bon interpreta: Vittorie Doutreleau. L’attrice per impersonare nel migliore dei modi una delle donne più importanti nella vita dello stilista, racconta di aver preso lezioni di portamento ed essersi esercitata nel ballo da sala. 

Victoire Doutreleau era per Yves una musa diversa dalle altre, in un certo senso rivale di Pierre Bergé perché riceveva dallo stilista molte attenzioni. Saint Laurent e Vittorie, come si può ben vedere in alcune scene del film di Lespert, avevano un rapporto molto innocente che lasciava fuori Pierre.

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Fonte: Andreas Rentz/Getty Images Europe

LA MODA

Il lungometraggio, apparso il 27  Marzo 2014 sui grandi schermi italiani, si propone di raccontare il Maestro dell’haute couture che prima di altri capì l’importanza dell’abbigliamento, dell’eleganza e dell’unicità. Attraverso il racconto della storia tra “Il Piccolo Principe” e il suo manager Pierre Bergé è analizzato lo stile di Yves Saint Laurent che è ricordato proprio per aver rivoluzionato la storia della moda francese e internazionale.

Durante le riprese, la ricerca è stata doppia: quella per i costumi di quegli anni e quella della collezione di YSL che, tra gli anni Sessanta e Settanta, furono di grande impatto politico e sociale, soprattutto nel regalare un nuovo volto alla donna.

Jalil Lespert inizia il racconto del percorso stilistico del couturier dalla collezione del 29 Gennaio 1962, presentata nell’atelier in Rue Spontini. Qui si disegnarono subito i fili conduttori della moda di Saint Laurent. Fu proprio nella prima collezione che inserì il caban, fino ad allora prettamente maschile, dando inizio ad una rivoluzione che provocò gradualmente la morte dell’alta moda.

Nude look, smoking e sahariana disegnarono nel resto delle sue collezioni il corpo della nuova donna del XX secolo: una donna che non aveva più bisogno di vestirsi solo per appuntamenti mondani nei café, ma per occasioni diverse, dal lavoro alla vita privata, cercando sempre di rappresentare una figura femminile autonoma, libera e allo stesso tempo sensuale.

Altro importante tema sullo stile del grande genio francese che il film approfondisce è il connubio tra arte e moda che nelle creazioni del protagonista prende vita. Da sempre grande appassionato di arte, fa confluire nei suoi modelli le opere di alcuni suoi artisti preferiti, e Jalil Lespert questo lo racconta mostrando come tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, Yves Saint Laurent realizza intere collezioni basate sulla sua personale visione dell’Arte: dalla serie Mondrian del 1965, dove gli abiti diventano tele tridimensionali in movimento, nonostante la loro geometria apparentemente statica. Negli anni Ottanta sono il Cubismo di Picasso e Braque, i colori di Van Gogh e Matisse a dominare le sue creazioni, con dettagli singoli o con vere esplosioni di colori.

Ancora una volta, il merito di Saint Laurent è stato quello di trascendere la moda come arte minore nella pittura, trasportando quest’ultima nelle sue collezioni e ispirandosi ai grandi maestri dell’arte contemporanea, facendo così diventare ogni donna che indossava un suo capo, un’opera d’arte.

Il grande successo del film nel raccontare l’elegante mondo della moda dello stilista con così grande attinenza e veridicità è dato dal fatto che girare le scene nei luoghi in cui Yves Saint Laurent ha veramente vissuto e lavorato non è stato molto difficile, ma più importante è stato recuperare gli abiti originali perché riprodurli era impensabile poiché i tessuti usati dal couturier in quell’epoca, ad oggi non esistono più.

Grazie alla Fondazione Saint Laurent e all’aiuto di Pierre Bergé, Jalil Lespert ha avuto accesso agli abiti che di rado sono indossati o messi in mostra. (Naturalmente per brevi periodi, per evitare macchie di sudore e stropicciamenti; dunque due ore di riprese a vestito, non di più, con tutte le difficoltà di lavorazione conseguenti).

Difficoltoso per il regista fu inoltre cercare attrici che rispecchiassero la silhouette delle modelle scelte dal giovane stilista poiché nella maggior parte dei casi i vestiti erano in taglie extra small.

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L’AMOUR FOU TRA PIERRE BERGE’ E YVES SAINT LAURENT

Un altro grande amore del passato, con questo lungometraggio dalla durata di 106 minuti, arriva nelle sale cinematografiche.

Yves Saint Laurent e Pierre Bergé, come lo racconta Lespert, vivono una storia tormentata e passionale in cui lavoro e vita privata s’intrecciano e si mescolano, fondendosi indissolubilmente come le loro anime: insieme formarono la prima coppia omosessuale della moda, realizzando quel binomio stilista-manager che avrebbe avuto in seguito una quantità di epigoni.

Il sodalizio lavorativo iniziò con questa frase: <<Tu ci metti il talento, al resto ci penso io>>, una dichiarazione d’amore e di intenti, una collaborazione che è durata per tutta la loro vita grazie all’amore sia fisico sia per quello che nutrivano per la casa di moda YSL.

Il film, dunque, oltre a raccontare il percorso di uno stile che demolì i canoni dell’haute couture, mette in scena una storia d’amore lunga cinquant’anni, una storia che tocca il pubblico. Nonostante Saint Laurent e Bergé siano stati due personaggi dello star system dell’epoca, Lespert racconta la passione di due persone reali in cui lo spettatore si può identificare: Yves e Pierre, che si completano soltanto attraverso l’incontro l’uno con l’altro, amando l’altro, tremando per l’altro.

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YVES SAINT LAURENT DI BERTRAND BONELLO: IL GENIO TRA AMORE E TRASGRESSIONE

                                                    J’ai créé un monstre, maintenant je dois vivre avec”

                                                                 Gaspard Ulliel in Saint Laurent (2014, Bertrand Bonello)

IL FILM E I TEMI

Diretto dal regista Bertrand Bonello il film dal titolo “Saint Laurent” racconta un mito. Il genio dello stilista, le sue fragilità edonistiche, decadenti e autodistruttive. Yves Saint Laurent, il geniale delfino di Dior che ha rivoluzionato la moda e l’immagine della donna negli anni Settanta è messo in scena in questo biopic anticlassico, nei suoi lati più “trasgressivi”.

Regista amante delle provocazioni, Bonello, in questo film biografico “non ufficiale”, diversamente da quello di Lespert approvato da Pierre Bergé, prova a scardinare alcune convenzioni, alcune regole, scavando più profondamente nell’animo artistico e dannato dello stilista.

Il lungometraggio sceglie gli stessi momenti cardine e gli stessi personaggi, che hanno segnato la vita del couturier, della struttura del film di Lespert, declinandoli però con un linguaggio cinematografico che cerca di trovare nelle sovrapposizioni temporali e in qualche momento onirico, delle vie di fuga rispetto ad una struttura piuttosto classica.

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Bonello insegue nel suo film un’aderenza stilistica con il lavoro dell’artista, ricercando le linee essenziali ed eleganti dei suoi esordi, mettendo in scena le fantasie geometriche della collezione Mondrian o quelle selvagge e barocche della collezione africana o, ancora, quelle orientali e dai colori vivi della collezione ispirata ai Balletti Russi.

Una delle parti più interessanti del film è la scena iniziale: 1974. Una figura umana in piedi innanzi alla reception di un hotel. Yves Saint Laurent (Gaspard Ulliel) prenota una stanza sotto il nome di Swann. In questa camera vi è la chiamata con un giornalista in cui racconta la sua depressione durante il servizio militare, le sue cure psichiatriche e la sua dipendenza alle droghe. Di lui si vede solo una sagoma nera dai contorni marcati su un letto, in una stanza buia.

L’apertura del film è dunque l’inizio verso un viaggio all’interno di una personalità difficile e misteriosa che si rivelerà durante il corso della pellicola, attraverso il racconto di un regista che mette mano e cuore nella vita di un grande couturier, abusato dai media, aprendo la sua storia ad uno sviluppo diverso e anticonvenzionale rispetto a quello che da sempre conosciamo di quella creatura gentile catturata dietro i grandi occhiali neri.

Si tratta, dunque, non di raccontare in forma cronologica e lineare la vita di uno stilista che ha segnato la storia della moda, ma, piuttosto del tentativo di dare una forma astratta a pensieri, idee, nozioni, per avvicinarsi il più possibile a quello che potrebbero essere state le emozioni e le sensazioni dello stilista nell’arco di un decennio, quello compreso tra il 1967 e il 1977.

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Il film sviluppa una serie di temi che vanno dalla nascita e lo sviluppo della potenza  del marchio YSL, che Bergé (Jérémie Renier) prova ad allargare il più possibile a livello internazionale , all’amicizia intima dello stilista con le sue muse ispiratrici tra cui Betty (Aymeline Valade), modella rubata a Chanel, in cui lui rivede se stesso mentre la incontra per la prima volta in un club, fino ad arrivare alla relazione che Yves ha con Jacques de Bascher (Louis Garrel), storico compagno di Karl Lagerfeld che regala con il protagonista momenti di passione e trasgressione.

Particolarmente importante è anche il tema del ricordo. Il film è un continuo ricordo dello stesso Yves Saint Laurent. Questo è evidente soprattutto durante la vecchiaia dello stilista (interpretata da Helmut Berger), dove si passa da un evento all’altro, da una scheggia di memoria ad un intero momento di vita. Da questo punto di vista Bonello rielabora ricordi anche in maniera confusa, come le feste a cui lo stilista partecipava o che organizzava nella sua villa a Marrakech, le parole delle lettere scambiatosi con Andy Warhol o persino i ricordi della madre in Algeria.

Nelle due ore e mezza del film emerge, allora, tutta la complessità di questo geniale stilista e il suo rapporto con l’epoca degli anni. La sua omosessualità è centrale per capirne la figura ma anche la sua idea di bellezza, influenzato dalla grande passione per l’arte, per il cinema e per la musica che è il sottofondo sonoro delle sue creazioni.

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LA MODA

Per quanto riguarda il tema della moda Bertrand Bonello si concentra su due collezioni rappresentative: la Liberazione del ’71 e la “mitica” Russian Ballet del ’76: La prima criticatissima perché in piena epoca hippie aveva fatto sfilare le sue modelle come le star del cinema degli anni ’40 e la seconda in cui tutta l’influenza orientale si fa sentire oltre ai quadri di Matisse e Delacroix.

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YSL : DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA 

Alla luce dell’analisi condotta dei due film e delle osservazioni riguardanti i temi toccati dai due registi è evidente come,  nonostante siano apparsi sul grande schermo nel 2014, a distanza di pochi mesi e nonostante siano entrambi diretti da due registi francesi, sembrano non mettere in scena lo stesso soggetto.

Yves Saint Laurent è affrontato con due approcci diversi: nel film “ufficiale”, troviamo la storia di uomo che avanza tra disegni, bozzetti, mannequin, tra i passi incerti e timidissimi ed uno sguardo, quello del compagno, che racconta e svela, romanzando una vita che per sua natura era ritrosa, schiva, eppure esibita come le stoffe dei suoi modelli, sfoggiati sulla passerella.

Quello di Bonello è invece affrontato con un approccio pittorico, più creativo e personale, che alterna momenti di cronaca e finzione per svelare i lati più oscuri dello stilista rivoluzionario.

Sono due film molto diversi, non solo per la cronologia degli eventi scelti, ma sopratutto per un’impostazione che stacca nettamente il film di Bonello dal formato tradizionale scelto da Lespert.

Anche la visione della storia di YSL è molto diversa: da una parte l’amore per Pierre Bergé alternata a momenti di fragilità psicologica; dall’altra la relazione con Jacques de Bascher e il che quest’ultimo ebbe sullo stilista, tanto da compromettere l’edificio affettivo ed economico costruito da Bergé negli anni. 

<<Ognuno di noi ha una vita pubblica, una privata, una segreta>>

Della vita pubblica di Yves Saint Laurent ce ne hanno sempre parlato i giornali, le riviste patinate, le sue creazioni e i suoi profumi (in particolare Opium, 1977). Della vita privata invece abbiamo immagini e racconti grazie soprattutto al contributo che questi due film hanno apportato non solo alla storia del cinema, ma all’intero immaginario collettivo che ora sa cosa si nascondeva dietro quella figura alta e snella con il viso coperto da una grande montatura nera: la fragilità, la dipendenza, la pressione mediatica, un amore smisurato verso i suoi uomini e verso le donne che vestiva. Infine della vita segreta di un genio come “Il piccolo principe” algerino, così come di altre icone che hanno segnato la storia dell’umanità intera (si pensi a Leonardo Da Vinci o a Salvador Dali o a Baudelaire o addirittura a David Bowie), non sapremo mai fino in fondo.

La sregolatezza e la trasgressioneinnocente” che solo un grande rivoluzionario come Yves Saint Laurent poteva trasformare in collezioni da far sfilare due volte all’anno, sono state nei film, analizzati, da un lato come base per erigervi su tutta la struttura del personaggio; dall’altra in qualche modo nascosti per evitare ciò che nemmeno mai Yves ha mai voluto evitare: lo scandalo. Eppure, si sa, ogni talento è come un diamante. Non si potrà mai riuscire a definire il suo valore soltanto soffermandosi alle faccette esterne. Bisogna andare a fondo e svelare le sue virtù intrinseche, e perché no, facendone emergere anche i vizi.

E nonostante il lusso in cui viveva, l’aura di divo che attorno a lui si era creata, nonostante le incertezze e le paure di una vita al limite, l’enfant prodige era riuscito a crearsi almeno una consapevolezza, che lo porterà nei libri della storia della moda e nelle esposizioni di tutto il mondo:

“J’ai participé à la transformation de mon époque. Je l’ai fait avec des vêtements, ce qui est sûrement moins important que la musique, l’architecture, la peinture […] mais quoi qu’il en soit, je l’ai fait”

Marialessia Sforza